Pallade Veneta - Deutsche Boerse vicina ad acquisire Allfunds per 5,3 miliardi

Deutsche Boerse vicina ad acquisire Allfunds per 5,3 miliardi


Deutsche Boerse vicina ad acquisire Allfunds per 5,3 miliardi
Deutsche Boerse vicina ad acquisire Allfunds per 5,3 miliardi

Bloomberg, un'intesa sulla piattaforma che distribuisce fondi possibile in settimana

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Deutsche Boerse starebbe per raggiungere un accordo per l'acquisizione della piattaforma di distribuzione di fondi e prodotti di investimento Allfunds per un controvalore, in contanti e azioni, di circa 5,3 miliardi di euro. Lo riferisce, citando fonti a conoscenza del dossier, l'agenzia Bloomberg, secondo cui l'annuncio dell'intesa potrebbe arrivare già questa settimana. In novembre Deutsche Boerse si era fatta avanti con un'offerta non vincolante, valutando Allfunds 8,8 euro ad azione e avviando negoziazioni in esclusiva con il cda della società. Allfunds offre alle società di gestione patrimoniale e ai distributori servizi che spaziano dalla negoziazione ed esecuzione, all'analisi dei dati, agli strumenti di reporting e di portafoglio, alla consulenza Esg e alle soluzioni software personalizzate, con un patrimonio amministrato che, a fine settembre, ammontava a 1,7 trilioni di euro. Il software di Allfunds consente ai clienti di selezionare e negoziare diversi fondi di investimento attraverso una piattaforma centralizzata, oltre a fornire alle società di gestione strumenti di reporting per monitorare gli asset e i flussi dei fondi. Il 49% del capitale è detenuto dal fondo di private equity Hellman & Friedman e da Bnp Paribas.

A.Saggese--PV

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La campagna ucraina contro le infrastrutture petrolifere russe si è trasformata in un colpo diretto a una delle arterie economiche più sensibili di Mosca. Non si tratta di obiettivi simbolici, ma di nodi logistici attraverso cui passa una quota decisiva del greggio russo destinato all’export. La pressione su Primorsk e Ust-Luga, i grandi terminali del Baltico, è particolarmente rilevante perché questi scali concentrano una parte enorme delle spedizioni via mare. Se si aggiungono le conseguenze della perturbazione attorno a Novorossijsk, i problemi nel corridoio Druzhba sul territorio ucraino e la crescente pressione sulle navi collegate alla cosiddetta flotta ombra russa, il quadro supera di gran lunga quello di alcuni incendi spettacolari. A essere colpita è l’intera catena dell’export: stoccaggio, caricamento, instradamento marittimo e, in ultima analisi, flusso di entrate.Le stime più recenti indicano che, a tratti, circa il 40% della capacità russa di esportazione di petrolio è stata compromessa o temporaneamente messa fuori uso. Si tratta di circa 2 milioni di barili al giorno che non hanno raggiunto il mercato come previsto o che hanno dovuto essere reindirizzati con ritardi e costi maggiori. Per il Cremlino il problema è profondo, perché il petrolio non è soltanto una materia prima strategica, ma uno dei pilastri delle entrate federali. Quando un terminale si ferma, le navi attendono, i carichi vengono riprogrammati e aumentano i rischi logistici e assicurativi, il danno economico si allarga anche se una parte dei volumi viene recuperata in seguito. In altre parole, gli attacchi colpiscono esattamente il settore che la Russia ha cercato più di tutti di difendere nonostante sanzioni, tetti di prezzo e rotte alternative.L’elemento più significativo della strategia ucraina è che sembra puntare meno sull’effetto di un unico colpo clamoroso e più sulla perturbazione operativa ripetuta. Ogni attacco contro infrastrutture portuali, sistemi di pompaggio, serbatoi di stoccaggio o catene di carico può creare colli di bottiglia ben oltre il punto d’impatto. Bastano pochi giorni di ritardo per alterare la rotazione delle petroliere, i calendari di esportazione, i pagamenti e la pianificazione della produzione. Il fatto che un singolo impianto possa riprendere relativamente in fretta non cancella la vulnerabilità resa evidente da questa sequenza. Mosca è costretta a ridistribuire i volumi, a testare rotte alternative e ad assorbire più rischio in quasi ogni fase del processo. Questo rappresenta un problema strutturale per un modello di export che dipende fortemente da un numero limitato di hub marittimi.

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