Pallade Veneta - Cina a Trump, 'il nostro è il più grande sistema di energia rinnovabile'

Cina a Trump, 'il nostro è il più grande sistema di energia rinnovabile'


Cina a Trump, 'il nostro è il più grande sistema di energia rinnovabile'
Cina a Trump, 'il nostro è il più grande sistema di energia rinnovabile'

Risposta al tycoon che ieri a Davos ha attaccato la produzione cinese

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La Cina ha istituito il quadro politico di riduzione del carbonio "più completo al mondo" e "il più grande sistema di energia rinnovabile, condividendo attivamente i frutti del suo sviluppo verde con il mondo e la comunità internazionale". E' quanto ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun, sulle dichiarazioni del presidente americano Donald Trump che, ieri al World Economic Forum di Davos, ha affermato che Pechino produce "quasi tutti" i sistemi per l'energia eolica "eppure non sono riuscito a trovare alcun parco eolico in Cina" e che "la Cina li vende alle persone stupide che li comprano". Guo, nel briefing quotidiano, ha rimarcato gli sforzi del Dragone "nell'affrontare il cambiamento climatico e nel promuovere lo sviluppo globale" con l'applicazione delle energie rinnovabili che sono evidenti a tutti". In quanto grande Paese "in via di sviluppo responsabile, la Cina è disposta a collaborare con tutte le parti per continuare a portare avanti la transizione globale verde e a basse emissioni di carbonio e costruire insieme un mondo pulito e bello", ha concluso il portavoce.

G.Riotto--PV

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La campagna ucraina contro le infrastrutture petrolifere russe si è trasformata in un colpo diretto a una delle arterie economiche più sensibili di Mosca. Non si tratta di obiettivi simbolici, ma di nodi logistici attraverso cui passa una quota decisiva del greggio russo destinato all’export. La pressione su Primorsk e Ust-Luga, i grandi terminali del Baltico, è particolarmente rilevante perché questi scali concentrano una parte enorme delle spedizioni via mare. Se si aggiungono le conseguenze della perturbazione attorno a Novorossijsk, i problemi nel corridoio Druzhba sul territorio ucraino e la crescente pressione sulle navi collegate alla cosiddetta flotta ombra russa, il quadro supera di gran lunga quello di alcuni incendi spettacolari. A essere colpita è l’intera catena dell’export: stoccaggio, caricamento, instradamento marittimo e, in ultima analisi, flusso di entrate.Le stime più recenti indicano che, a tratti, circa il 40% della capacità russa di esportazione di petrolio è stata compromessa o temporaneamente messa fuori uso. Si tratta di circa 2 milioni di barili al giorno che non hanno raggiunto il mercato come previsto o che hanno dovuto essere reindirizzati con ritardi e costi maggiori. Per il Cremlino il problema è profondo, perché il petrolio non è soltanto una materia prima strategica, ma uno dei pilastri delle entrate federali. Quando un terminale si ferma, le navi attendono, i carichi vengono riprogrammati e aumentano i rischi logistici e assicurativi, il danno economico si allarga anche se una parte dei volumi viene recuperata in seguito. In altre parole, gli attacchi colpiscono esattamente il settore che la Russia ha cercato più di tutti di difendere nonostante sanzioni, tetti di prezzo e rotte alternative.L’elemento più significativo della strategia ucraina è che sembra puntare meno sull’effetto di un unico colpo clamoroso e più sulla perturbazione operativa ripetuta. Ogni attacco contro infrastrutture portuali, sistemi di pompaggio, serbatoi di stoccaggio o catene di carico può creare colli di bottiglia ben oltre il punto d’impatto. Bastano pochi giorni di ritardo per alterare la rotazione delle petroliere, i calendari di esportazione, i pagamenti e la pianificazione della produzione. Il fatto che un singolo impianto possa riprendere relativamente in fretta non cancella la vulnerabilità resa evidente da questa sequenza. Mosca è costretta a ridistribuire i volumi, a testare rotte alternative e ad assorbire più rischio in quasi ogni fase del processo. Questo rappresenta un problema strutturale per un modello di export che dipende fortemente da un numero limitato di hub marittimi.

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