Pallade Veneta - Record del surplus commerciale energetico nel 2025 per l'Argentina

Record del surplus commerciale energetico nel 2025 per l'Argentina


Record del surplus commerciale energetico nel 2025 per l'Argentina
Record del surplus commerciale energetico nel 2025 per l'Argentina

Attivo di 7,2 miliardi di dollari grazie alla produzione di Vaca Muerta

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L'Argentina ha registrato nel 2025 il maggior surplus commerciale del settore energetico degli ultimi 33 anni grazie principalmente all'incremento della produzione e delle esportazioni di petrolio e gas del bacino non convenzionale di Vaca Muerta. E' quanto emerge dai dati ufficiali che rilevano per l'anno appena concluso un attivo di 7,8 miliardi di dollari, una cifra mai raggiunta dall'avvio di statistiche ufficiali del settore nel 1992. Il settore dell'energia rappresenta in questo modo quasi il 70% del surplus commerciale complessivo dell'Argentina nel 2025 equivalente a 11,2 miliardi di dollari. Secondo proiezioni pubblicate dal ministro dell'Economia, Luis Caputo, il governo di Javier Milei stima che nel 2035 il surplus del settore energetico raggiungerà i 44 miliardi di dollari, accompagnato da una forte crescita anche delle esportazioni del settore minerario che a loro volta apporteranno attivi commerciali per 31 miliardi. I settori dell'energia e minerario rappresentano di fatto i due principali driver dello sviluppo economico su cui punta il governo ultraliberista di Javier Milei per stimolare la crescita e lo sviluppo nei prossimi anni grazie anche a uno speciale regime di incentivi ai grandi investimenti (Rigi).

F.Abruzzese--PV

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La campagna ucraina contro le infrastrutture petrolifere russe si è trasformata in un colpo diretto a una delle arterie economiche più sensibili di Mosca. Non si tratta di obiettivi simbolici, ma di nodi logistici attraverso cui passa una quota decisiva del greggio russo destinato all’export. La pressione su Primorsk e Ust-Luga, i grandi terminali del Baltico, è particolarmente rilevante perché questi scali concentrano una parte enorme delle spedizioni via mare. Se si aggiungono le conseguenze della perturbazione attorno a Novorossijsk, i problemi nel corridoio Druzhba sul territorio ucraino e la crescente pressione sulle navi collegate alla cosiddetta flotta ombra russa, il quadro supera di gran lunga quello di alcuni incendi spettacolari. A essere colpita è l’intera catena dell’export: stoccaggio, caricamento, instradamento marittimo e, in ultima analisi, flusso di entrate.Le stime più recenti indicano che, a tratti, circa il 40% della capacità russa di esportazione di petrolio è stata compromessa o temporaneamente messa fuori uso. Si tratta di circa 2 milioni di barili al giorno che non hanno raggiunto il mercato come previsto o che hanno dovuto essere reindirizzati con ritardi e costi maggiori. Per il Cremlino il problema è profondo, perché il petrolio non è soltanto una materia prima strategica, ma uno dei pilastri delle entrate federali. Quando un terminale si ferma, le navi attendono, i carichi vengono riprogrammati e aumentano i rischi logistici e assicurativi, il danno economico si allarga anche se una parte dei volumi viene recuperata in seguito. In altre parole, gli attacchi colpiscono esattamente il settore che la Russia ha cercato più di tutti di difendere nonostante sanzioni, tetti di prezzo e rotte alternative.L’elemento più significativo della strategia ucraina è che sembra puntare meno sull’effetto di un unico colpo clamoroso e più sulla perturbazione operativa ripetuta. Ogni attacco contro infrastrutture portuali, sistemi di pompaggio, serbatoi di stoccaggio o catene di carico può creare colli di bottiglia ben oltre il punto d’impatto. Bastano pochi giorni di ritardo per alterare la rotazione delle petroliere, i calendari di esportazione, i pagamenti e la pianificazione della produzione. Il fatto che un singolo impianto possa riprendere relativamente in fretta non cancella la vulnerabilità resa evidente da questa sequenza. Mosca è costretta a ridistribuire i volumi, a testare rotte alternative e ad assorbire più rischio in quasi ogni fase del processo. Questo rappresenta un problema strutturale per un modello di export che dipende fortemente da un numero limitato di hub marittimi.

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