Pallade Veneta - Fiom e Uilm, no trasferimento Vesta da Taranto, undicesimo giorno di sciopero

Fiom e Uilm, no trasferimento Vesta da Taranto, undicesimo giorno di sciopero


Fiom e Uilm, no trasferimento Vesta da Taranto, undicesimo giorno di sciopero
Fiom e Uilm, no trasferimento Vesta da Taranto, undicesimo giorno di sciopero

Sindacati, 'mentre la città si ferma, noi restiamo qui'

Cambia la dimensione del testo:

I lavoratori di Vestas Italia sono ancora in presidio e da 11 giorni in sciopero contro la decisione dell'azienda di chiudere il magazzino di Taranto e trasferire 32 dipendenti a San Nicola di Melfi, a partire dal 1° marzo. "È domenica, ma per i lavoratori di Vestas Italia non c'è riposo. Sotto un cielo incerto - sottolinea la Uilm ionica - la mobilitazione continua senza sosta davanti ai cancelli. Mentre la città si ferma, noi restiamo qui". Da una parte "c'è chi con dignità continua a scioperare - osserva Francesco Brigati, segretario territoriale della Fiom - per impedire la chiusura del magazzino e il conseguente trasferimento a Melfi e dall'altra parte chi, fregandosene dei lavoratori e di un intero territorio, decide di chiudere un insediamento industriale". Vestas Italia, riferisce il sindacalista, "ci continua a dire che è una scelta dell'Area Med, così definiscono questo ente astratto, il quale sostiene che la chiusura porterebbe un vantaggio economico del 15%. Per i lavoratori, invece, quale sarebbe il vantaggio? Nessuno. Ad oggi, dopo 11 giorni di sciopero, di cui 7 di occupazione e presidio permanente, la multinazionale, nonostante le iniziative di mobilitazione dei lavoratori e i solleciti delle istituzioni locali, regionali e parlamentari, non ha aperto alla possibilità di sospendere la procedura di trasferimento e chiusura del sito per poter affrontare una discussione complessiva del ruolo di Vestas Italia sul territorio ionico". "Per la multinazionale - conclude Brigati - si tratta di un fatto burocratico, per i lavoratori invece significa cambiare completamente vita trascinando con sé le famiglie. Per la città un'altra chiusura di un sito. Noi continueremo a batterci per evitare una desertificazione del nostro territorio, del Mezzogiorno".

R.Lagomarsino--PV

In primo piano

L’Ucraina distrugge le esportazioni russe di petrolio del terrore

La campagna ucraina contro le infrastrutture petrolifere russe si è trasformata in un colpo diretto a una delle arterie economiche più sensibili di Mosca. Non si tratta di obiettivi simbolici, ma di nodi logistici attraverso cui passa una quota decisiva del greggio russo destinato all’export. La pressione su Primorsk e Ust-Luga, i grandi terminali del Baltico, è particolarmente rilevante perché questi scali concentrano una parte enorme delle spedizioni via mare. Se si aggiungono le conseguenze della perturbazione attorno a Novorossijsk, i problemi nel corridoio Druzhba sul territorio ucraino e la crescente pressione sulle navi collegate alla cosiddetta flotta ombra russa, il quadro supera di gran lunga quello di alcuni incendi spettacolari. A essere colpita è l’intera catena dell’export: stoccaggio, caricamento, instradamento marittimo e, in ultima analisi, flusso di entrate.Le stime più recenti indicano che, a tratti, circa il 40% della capacità russa di esportazione di petrolio è stata compromessa o temporaneamente messa fuori uso. Si tratta di circa 2 milioni di barili al giorno che non hanno raggiunto il mercato come previsto o che hanno dovuto essere reindirizzati con ritardi e costi maggiori. Per il Cremlino il problema è profondo, perché il petrolio non è soltanto una materia prima strategica, ma uno dei pilastri delle entrate federali. Quando un terminale si ferma, le navi attendono, i carichi vengono riprogrammati e aumentano i rischi logistici e assicurativi, il danno economico si allarga anche se una parte dei volumi viene recuperata in seguito. In altre parole, gli attacchi colpiscono esattamente il settore che la Russia ha cercato più di tutti di difendere nonostante sanzioni, tetti di prezzo e rotte alternative.L’elemento più significativo della strategia ucraina è che sembra puntare meno sull’effetto di un unico colpo clamoroso e più sulla perturbazione operativa ripetuta. Ogni attacco contro infrastrutture portuali, sistemi di pompaggio, serbatoi di stoccaggio o catene di carico può creare colli di bottiglia ben oltre il punto d’impatto. Bastano pochi giorni di ritardo per alterare la rotazione delle petroliere, i calendari di esportazione, i pagamenti e la pianificazione della produzione. Il fatto che un singolo impianto possa riprendere relativamente in fretta non cancella la vulnerabilità resa evidente da questa sequenza. Mosca è costretta a ridistribuire i volumi, a testare rotte alternative e ad assorbire più rischio in quasi ogni fase del processo. Questo rappresenta un problema strutturale per un modello di export che dipende fortemente da un numero limitato di hub marittimi.

Iccrea approva piano triennale, finito consolidamento, ora fase crescita

Previsti investimenti in It e Ai e rafforzamento presidio imprese

Il petrolio chiude in rialzo a New York a 94,48 dollari

Quotazioni salgono del 4,61%

Lagarde, da guerra vero shock, mercati troppo ottimisti

La presidente Bce all'Economist, 'anni per riparare i danni di guerra'

Cambia la dimensione del testo: