Pallade Veneta - Borsa: l'Europa viaggia cauta con la lente sulla Fed

Borsa: l'Europa viaggia cauta con la lente sulla Fed


Borsa: l'Europa viaggia cauta con la lente sulla Fed
Borsa: l'Europa viaggia cauta con la lente sulla Fed

Di slancio l'argento e il gas, deboli il petrolio e l'oro

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Le Borse europee si muovono all'insegna della cautela con la lente sulla riunione della Fed domani con i tassi che resteranno invariati. L'attenzione del mercato è rivolta più all'intervento che farà Powell dal quale potrebbero arrivare alcuni spunti sulle mosse future. L'indice d'area del Vecchio Continente, lo stoxx 600, è poco mosso con finanziari e tecnologici che sostengono i listini. Debole l'immobiliare e l'energia. Per quanto riguarda quest'ultima è in calo il petrolio con il wti a 60 dollari e il brent sopra 65 dollari al barile. Il gas torna ad oltrepassare i 40 euro al megawattora (+2,7%) con le incertezze climatiche. Tra le altre materie prime, è sempre tonico l'argento che viaggia sui 112 dollari l'oncia (+1,8%). L'oro si attesa a 5.080 dollari (-0,2%). Guardando le singole Piazze, Milano tiene i 45 mila punti (+0,2%) mentre si muovono sotto la parità Parigi (-0,07%) e Francoforte (-0,04%). Da segnalare lo slancio di Puma (+3,96%) con il colosso cinese degli articoli sportivi Anta che diventa il maggiore azionista rilevando il 29% detenuto dai francesi di Pinault. Caute anche Madrid (+0,13%) e Londra (+0,25%). Oscilla lo spread. Il differenziale tra Btp e Bund è sui 59,5 punti con il rendimento del decennale italiano poco sotto il 3,47%. Infine per i cambi, l'euro è debole sul dollaro con la moneta unica che passa di mano a 1,1813 sul biglietto verde.

A.Tucciarone--PV

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La campagna ucraina contro le infrastrutture petrolifere russe si è trasformata in un colpo diretto a una delle arterie economiche più sensibili di Mosca. Non si tratta di obiettivi simbolici, ma di nodi logistici attraverso cui passa una quota decisiva del greggio russo destinato all’export. La pressione su Primorsk e Ust-Luga, i grandi terminali del Baltico, è particolarmente rilevante perché questi scali concentrano una parte enorme delle spedizioni via mare. Se si aggiungono le conseguenze della perturbazione attorno a Novorossijsk, i problemi nel corridoio Druzhba sul territorio ucraino e la crescente pressione sulle navi collegate alla cosiddetta flotta ombra russa, il quadro supera di gran lunga quello di alcuni incendi spettacolari. A essere colpita è l’intera catena dell’export: stoccaggio, caricamento, instradamento marittimo e, in ultima analisi, flusso di entrate.Le stime più recenti indicano che, a tratti, circa il 40% della capacità russa di esportazione di petrolio è stata compromessa o temporaneamente messa fuori uso. Si tratta di circa 2 milioni di barili al giorno che non hanno raggiunto il mercato come previsto o che hanno dovuto essere reindirizzati con ritardi e costi maggiori. Per il Cremlino il problema è profondo, perché il petrolio non è soltanto una materia prima strategica, ma uno dei pilastri delle entrate federali. Quando un terminale si ferma, le navi attendono, i carichi vengono riprogrammati e aumentano i rischi logistici e assicurativi, il danno economico si allarga anche se una parte dei volumi viene recuperata in seguito. In altre parole, gli attacchi colpiscono esattamente il settore che la Russia ha cercato più di tutti di difendere nonostante sanzioni, tetti di prezzo e rotte alternative.L’elemento più significativo della strategia ucraina è che sembra puntare meno sull’effetto di un unico colpo clamoroso e più sulla perturbazione operativa ripetuta. Ogni attacco contro infrastrutture portuali, sistemi di pompaggio, serbatoi di stoccaggio o catene di carico può creare colli di bottiglia ben oltre il punto d’impatto. Bastano pochi giorni di ritardo per alterare la rotazione delle petroliere, i calendari di esportazione, i pagamenti e la pianificazione della produzione. Il fatto che un singolo impianto possa riprendere relativamente in fretta non cancella la vulnerabilità resa evidente da questa sequenza. Mosca è costretta a ridistribuire i volumi, a testare rotte alternative e ad assorbire più rischio in quasi ogni fase del processo. Questo rappresenta un problema strutturale per un modello di export che dipende fortemente da un numero limitato di hub marittimi.

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