Avedon artista globale, che ha catturato il mondo che cambiava
Il regista a Cannes con un documentario dedicato al grande fotografo
(dell'inviata Francesca Pierleoni) Nel documentario "penso che vedrete la stessa cosa che abbiamo scoperto noi con tutto questo entusiasmo, ovvero la straordinaria portata del percorso creativo di Avedon". Lo dice Ron Howard al pubblico della Sala Agnes Varda, prima del debutto a Cannes, fra le proiezioni speciali, di Avedon, nel quale il regista di Apollo 13 racconta al grande fotografo newyorchese morto nel 2004. Un artista che ha reinventato il mondo dell'immagine, in una società scossa da continue rivoluzioni, sociali ed estetiche, dagli leader mondiali alle icone della cultura pop e alle top model. Grazie all'accesso esclusivo ai suoi archivi personali, fotografie inedite e filmati inediti del dietro le quinte, e arricchito da nuove interviste con i suoi più stretti collaboratori, il film esplora come lo sguardo di Avedon abbia riflesso e rimodellato il linguaggio visivo del XX secolo, sottolineando come ogni immagine, anche la più iconica, riveli solo metà della storia. Howard, che a Cannes era stato due anni fa con un altro documentario, Jim Henson: Idea Man (2024) spiega che per lui Avedon è un artista "globale, che cattura l'attimo in tanti periodi diversi di transizione e cambiamento. Ha trovato il modo di applicare la sua estetica a molti stili, a tonalità, a cambiamenti e idee importanti. La sua passione, è qualcosa che in definitiva mi ha ispirato molto, come artista. Spero di aver imparato qualcosa da lui, perché penso ci sia molto da apprendere". Questo maestro della fotografia "aveva la capacità di catturare momenti che evocavano scene di vita dei suoi soggetti, o il carattere che questi rivelavano. Il processo di selezione è stato impegnativo ma meraviglioso. Anche solo le immagini più suggestive avrebbero potuto costituire una miniserie di ampio respiro; perciò, ho dato la priorità alle foto che raccontavano qualcosa di specifico e personale su Avedon come artista" ha spiegato il regista al Festival. E' stato fondamentale per realizzare il film, l'appoggio della famiglia Avedon, "qualcosa che ha significato moltissimo, perché hanno aperto i loro archivi e i loro cuori". Una delle cose "che amo di più dei documentari - sottolinea - è che il processo di scoperta è molto diverso rispetto a quando si lavora a un film di finzione. Anche nei film di sceneggiatura ci sono sempre delle sorprese, ma con i documentari spesso si parte con determinate aspettative e poi si scopre molto di più".
R.Zarlengo--PV
