Docter, 'con Toy Story proteggiamo la fantasia in tempi di IA'
Dal 18 giugno in sala con Disney il quinto capitolo della saga animata
(di Francesca Pierleoni) Anche in un'epoca in cui la tecnologia, ora ancora di più con l'intelligenza artificiale, ci sovrasta, "la fantasia resta fondamentale ed è quello che cerchiamo di proteggere". Parola di Pete Docter, direttore creativo dei Pixar Animation Studios, a Roma per presentare uno dei film più attesi dell'anno Toy Story 5 di Andrew Stanton, in arrivo nelle sale il 18 giugno con Disney. A 31 anni dal via alla saga animata con il primo film diretto da John Lasseter, stavolta la sfida per la banda dei giocattoli, guidata dalla cowgirl Jessie, Buzz Lightyear e Woody è affrontare proprio il rischio di essere dimenticati dalla 'loro' bambina Bonnie, a causa di un performante tablet per bambini, Lilypad, regalato alla piccola dai genitori. Nel cast dei doppiatori italiani, con le voci dei protagonisti, Ilaria Stagni (Jessie) Angelo Maggi (Woody, inizialmente doppiato da Fabrizio Frizzi) e Massimo Dapporto (Buzz Lightyear), anche la presenza, fra le new entry, di Katia Follesa (Lilypad), Federico Basso (Smarty Pants), Sal Da Vinci (Pizza cu 'e llente, doppiato negli Usa, dove ha il nome di Pizza with Sunglasses, da Bad Bunny) e Gianluca Gazzoli, per il cavallo di Jessie, Bullseye. "Da bambino, anche quando ero seduto tra il pubblico ai concerti di musica classica, o anche quando ero in chiesa, disegnavo - racconta Docter, che del film è produttore esecutivo -. Il cuore di quello che facciamo è immaginare, inventare storie e personaggi, e penso che sia qualcosa che sarà sempre importante, finché ci saranno esseri umani". Ovviamente alla Pixar "siamo sostanzialmente un gruppo di bambini cresciuti - osserva sorridendo Lindsey Collins, produttrice del film - ma c'è un valore reale nel gioco, come c'è nell'annoiarsi e da lì dare sfogo alla fantasia, prendendosi una pausa dagli schermi. È l'aspetto che abbiamo voluto rendere nel cuore del film". Docter non avrebbe mai immaginato, 31 anni fa, che Toy Story sarebbe diventato un tale fenomeno: "Allora eravamo semplicemente felici di aver finito un film - spiega -. A distanza di anni, siamo sempre sorpresi in un modo meraviglioso, di scoprire quanta profondità abbiano questi personaggi, che continuino a rivelare nuovi aspetti di cosa significhi essere vivi". C'è però anche molta pressione rispetto a Toy Story, aggiunge Collins: "Ci pensiamo molto prima di iniziare un nuovo capitolo. Vogliamo sempre avere una storia che valga la pena raccontare". Oggi tuttavia, in tempi di fusioni e sconvolgimenti globali, per la Pixar, che ha sempre puntato sull'autorialità dei propri progetti, non mancano gli ostacoli, come il riassetto generale della Disney, che ha comportato anche un migliaio di licenziamenti (l'impatto maggiore sui Marvel Studios e i reparti di marketing e promozione, ndr): "Il momento in cui siamo è molto difficile - osserva Docter -. Stiamo ancora cercando di capire come affrontare i costi che salgono. Poi c'è il tema dell'intelligenza artificiale, che può essere qualcosa di positivo o negativo, dipende da come la usi. Fin dall'inizio, dal 1995, dal primo Toy Story, abbiamo sempre avuto l'idea che la tecnologia possa essere usata per supportare la visione degli artisti. Ma i problemi non mancano e alla Pixar sono in molti a essere preoccupati". L'intelligenza artificiale ti porta anche "a interrogarti sul senso del nostro lavoro - spiega il cineasta, che in carriera ha vinto tre Oscar per il miglior film d'animazione, con Up, Inside Out e Soul -. Perché realizziamo film e raccontiamo storie? Se si tratta solo di riempire il vuoto e proiettare contenuti su uno schermo, va bene anche l'IA. Ma se il vero scopo è quello che penso io, ossia un artista che scava a fondo in se stesso per esplorare questo grande mistero che chiamiamo vita, cercando di comunicarlo agli altri, non riesco a immaginare come l'IA possa riuscirci. Potrebbe aiutare un artista ad articolare quell'esperienza, ma questa deve provenire da un essere umano, con un corpo, che respira, gusta, odora, che vive esperienze condivise". Andrew Stanton dice "che l'intelligenza artificiale è come il fuoco - conclude la produttrice -. Può riscaldarti. Può aiutarti a cucinare. Può accendere una fiamma. Ma può anche bruciarti".
P.Colombo--PV
